Il pometino Dylan Torres con i conservatori americani
Convention a Dallas
È difficile raccontare in poche righe la mia prima esperienza negli Stati Uniti: più che un viaggio, è stata un’immersione in un mondo politico e culturale spesso evocato in Italia ma raramente osservato da vicino. Grazie a Francesco Giubilei ho avuto l’opportunità di conoscere dall’interno l’universo conservatore americano, partendo da New York, una città capace di tenere insieme mondi opposti e di restituire, fin da subito, l’energia e la complessità del Paese. Qui ho incontrato Claudio Pagliara e Marco Valerio Lo Prete e visitato il Manhattan Institute, toccando con mano un sistema in cui idee, politica e comunicazione si intrecciano molto più che in Europa. Il percorso è poi proseguito verso Washington, con una tappa nel Delaware all’Intercollegiate Studies Institute. Nella capitale ho visitato realtà come Americans for Tax Reform, partecipato al Wednesday Meeting e incontrato il direttore di The National Interest, oltre a conoscere da vicino la Heritage Foundation. Un’esperienza intensa, che mi ha permesso di comprendere più da vicino dinamiche e protagonisti di un sistema spesso raccontato da lontano, ma che visto da vicino restituisce tutta la sua vitalità. La tappa conclusiva è stata Dallas, dove ho partecipato al CPAC, la grande convention dei conservatori americani: un mix di conferenza politica, raduno identitario e spettacolo mediatico. Un osservatorio privilegiato per cogliere le diverse sensibilità interne, soprattutto sul tema della guerra in Iran, tra chi sostiene l’intervento e chi teme le ricadute economiche.
Ho incontrato anche la delegazione di Fratelli d’Italia, con Carlo Fidanza e Antonio Giordano, segno di un dialogo sempre più vivo tra conservatori europei e americani. Tra gli interventi più rilevanti, quello di Reza Pahlavi, figura simbolica dell’opposizione iraniana, che ha delineato la prospettiva di un Iran futuro più vicino all’Occidente. Negli Stati Uniti sembra emergere con chiarezza la determinazione con cui molti difendono le proprie convinzioni. A mio avviso, esistono principi – dalla libertà individuale al ruolo limitato dello Stato – che vengono considerati da alcuni come non negoziabili e tutelati con grande fermezza. Non si tratta soltanto di una posizione politica, ma, per come appare, di un tratto identitario che riflette un preciso modo di intendere il rapporto tra individuo, società e responsabilità personale.
Dylan Elia Torres
La Regione ha deciso di analizzare le ricette dei medici e comminare multe
I medici sul piede di guerra
I medici di medicina generale del nostro territorio, per intenderci i medici di famiglia, hanno segnalato uno stato di forte malessere che sta attraversando la loro categoria per alcune misure della Regione Lazio che di fatto condizionano il corretto svolgimento della loro professione e che metterebbero a rischio anche la salute dei loro pazienti.
Tutto è iniziato con una recente circolare in cui la Direzione Regionale Salute Pubblica ha diramato le “Disposizioni per il monitoraggio della farmaceutica convenzionata - definizione dei criteri di operatività delle Capi (Commissione appropriatezza prescrittiva interdistrettuale, ndr) - in cui si dispone di analizzare nel corso della convocazione mensile il profilo prescrittivo di 10 medici e, per ciascuno di essi, acquisire le necessarie informazioni di merito (controdeduzioni), relative al profilo di inappropriatezza”.
In pratica la Regione Lazio attraverso i suoi organismi di controllo ha deciso di analizzare mensilmente le ricette dei medici chiedendo controdeduzioni e peggio ancora procedendo anche a delle sanzioni.
I sindacati dei medici di medicina generale del Lazio hanno subito proclamato lo stato di agitazione sottolineando che si tratta di un intervento ingiustificato e lesivo dell’autonomia professionale e della dignità del medico di medicina generale, perché introduce un meccanismo di controllo di tipo ispettivo generando un clima di diffidenza e compromettendo il rapporto tra istituzione e professionisti.
Sono tutti concordi che bisogna razionalizzare la spesa sanitaria pubblica ma mi è stato anche sottolineato che non si può curare un paziente prescrivendo solo le medicine che costano di meno al servizio sanitario regionale.
“La valutazione del medico di medicina generale non può basarsi esclusivamente su indicatori di spesa farmaceutica. Deve considerare appropriatezza clinica, complessità dei pazienti, esiti di salute e riduzione delle ospedalizzazioni evitabili”.
Ogni paziente quindi ha bisogno di cure adeguate e il medico deve prescrive le medicine avendo come unico obiettivo la sua guarigione.
Se poi si fa passare il principio che bisogna risparmiare nel prescrivere i medicinali, anche quelli più adeguati per guarire, per non essere sanzionati, allora si crea un meccanismo in cui la stessa etica professionale del medico è messa in discussione.
Elemento di scontro è anche il coinvolgimento dei medici di medicina generale nelle Case di Comunità dove per farle funzionare, invece di procedere a nuove assunzioni, si vuole che operino loro sottraendo tempo agli assistiti. Anche qui i sindacati di categoria tengono a precisare che lo studio medico di medicina generale resta il fulcro dell’assistenza territoriale perché garantisce continuità assistenziale, rapporto fiduciario con il paziente e gestione clinica personalizzata. La loro presenza nelle case di Comunità deve essere integrativa e non sostitutiva.
In Italia la sanità pubblica è stata una grande conquista e per anni il nostro fiore all’occhiello, ammirata anche fuori dai confini nazionali.
I medici di famiglia sono le fondamenta su cui si è sviluppata la nostra sanità, attaccare loro vuole dire mettere in discussione lo stesso ruolo della sanità pubblica favorendo indirettamente quella privata.
Diceva Giulio Andreotti che “a pensar male si fa peccato ma spesso ci si indovina”. Vuoi vedere che alla fine il vero obiettivo è proprio quello?
T.R.