Scisma e sacerdozio
“Scisma” significa “divisione”. Non è una bella cosa perché in una sua preghiera Cristo Gesù pregò per l’unità dei discepoli «nella verità». Il movimento cattolico “dei lefebvriani" – nato intorno all'arcivescovo Marcel Lefebvre, scomunicato da Giovanni Paolo II il 30/06/1988 – rifiuta le riforme del Concilio Vaticano II. La crisi ha portato a una definitiva rottura il primo luglio 2026, quando il movimento, organizzato come Fraternità Sacerdotale San Pio X, ha ordinato quattro nuovi vescovi a Écône (Svizzera) senza il mandato papale. Per conseguenza, i vescovi e i membri della Fraternità sono incorsi nella scomunica automatica (latae sententiae). All’origine di tali problemi c’è (anche) la questione del “sacerdozio e dell’ordinazione”, che qui si vuole considerare in breve dal punto di vista biblico.
Anticamente, il libro dell’Esodo attesta l’istituzione del sacerdozio levitico, concernente cioè solo gli ebrei della tribù di Levi. Si noti che il sacerdote ebraico doveva essere sposato con una giovane del popolo israelita. Nel Nuovo Testamento Dio istituisce un sacerdozio del tutto «nuovo», perché del tutto nuovo è il patto istituito da Gesù col suo sacrificio. Il sacerdote eterno e unico è ora solo Cristo Gesù, fatto sacerdote con un giuramento di Dio e incorporato in un ordine sacerdotale assolutamente particolare: «Tu sei sacerdote in eterno, secondo l’ordine di Melchisedek» (Sal 110). Questo salmo messianico sarà citato da Gesù stesso come pure da Pietro, dopo la resurrezione, per attestare la signoria del Signore risorto.
Ma chi era Melchisedek? Era un sacerdote contemporaneo di Abramo. Non sacerdote per discendenza umana – come nel caso dei leviti – ma per le sue qualità individuali. Fu re di Salem (= re di pace) e «sacerdote dell’Iddio altissimo». Nel Vangelo, Melchisedek è assimilato a Cristo Gesù, sacerdote di Dio perché scelto da Dio, re di giustizia e di pace, qualità personificate al massimo grado proprio in Cristo. Infatti, tramite lui si ha «pace» con Dio e lui stesso è «la nostra giustizia» (Eb 7; Rom 5; 1 Cor 1).
Il sacerdozio di Cristo è continuo e non muta. In quanto Figlio di Dio, risorto, vivente, il suo sacerdozio non ha fine. Per questo lo scrittore della lettera agli Ebrei può dire che Gesù, «siccome dimora in eterno, ha un sacerdozio che non si trasmette» (7,24). Le caratteristiche del sacerdozio di Gesù si riassumono dunque nella immutabilità, nella unicità del Suo sacrificio – fatto «una volta per sempre» e valido sempre per ogni peccato (7,27) – e nella perfezione di un sacerdozio sommo. Attraverso la sofferenza, ubbidienza e mediazione uniche di Gesù Cristo, la persona può essere «giustificata» (Eb 10,12). Nella sessione del 21/11/1964 il Concilio Vaticano II ribadisce invece il concetto del “sacerdozio gerarchico”: il sacerdote che officia la messa esprime e attua una mediazione tra l’uomo e Dio. Tuttavia questo sacerdozio, che sembra ricalcare il modello levitico, manca delle caratteristiche fondamentali del sacerdozio di Gesù: eternità, unicità, intrasmissibilità. Lo stesso Concilio si esprime poi in modo più aderente al Vangelo quando parla del sacerdozio comune di tutti i credenti: «[Voi] come pietre viventi, siete edificati quale casa spirituale, per essere un sacerdozio santo per offrire sacrifici spirituali, accettevoli a Dio per mezzo di Gesù Cristo» (1 Pt 2,5). I credenti offrono a Dio la propria testimonianza: opere buone, un culto in Spirito e verità «con riverenza e timore», la propria vita di costante rinnovamento interiore, di esperienza della volontà di Dio, di sobrietà, operosità, esortazione, riprensione, onore, rinuncia alle umane vendette, intercessione per gli uomini e per le autorità. Pietro scrive che ogni credente è un sacerdote e offre sacrifici accettevoli a Dio tramite il mediatore unico Cristo Gesù. Tale è la meravigliosa semplicità del Vangelo, che va seguito con «semplicità di mente». La mente contorta, invece, distorce la bellezza del servizio reso al Signore (Chiesa di Cristo Gesù, Pomezia – 320 222 9106 – cnt2000@alice.it).
Ricordando Jerry Masslo
Nella notte fra il 24 e il 25 agosto 1989, nell’accampamento ‘spontaneo’ della ‘Gallinelle’ a Villa Literno (già allora la capitale dell’’oro rosso’[pomodorini]) veniva assassinato Jerry Masslo a sparare un branco di balordi locali, forse ‘guidati’ da ‘remoto’ da caporali o camorristi. Una bravata fatta quasi per noia in una nottata estiva, una sparata alla klu-klack-klan o un omicidio mirato, ispirato dalla malavita organizzata locale alla quale Masslo aveva iniziato a dar fastidio. Rappresentante dello sdegno e della protesta dei migranti già allora schiavizzati e ‘caporalizzati’ dalle agromafie locali, bersaglio di quel fascismo sotto traccia (neanche poi tanto), come una sorta di eterno e putrescente corso carsico di cui parla U. Eco (Ur -fascismo o proto fascismo) e che i suprematisti straitalioti, con intensità, coloriture diversi di tanto in tanto tirano fuori. Nella rapina/pogrom rimasero feriti a colpi di pistola tre migranti che dormivanonella baracca: Jerry Masslo rimase ucciso.
Jerry Essan Masslo era nato nel 1959, in sudAfrica, vicino Johannesburg e aveva vissuto e pagato sulla pelle l’apartheid e la feroce discriminazionedei bianchi oligarchi e suprematisti (i Boeri) che allora dominavano quella nazione. L’aveva pagato -durante un pogrom nel suo villaggio vicino Soweto- con l’uccisione del padre e di una sorella più piccola. Aveva poi abbandonato la terra dove era nato ed era arrivato, dopo varie vicissitudini -in qualità di rifugiato- in Italia, e a Roma, soggiornava presso un centro del gruppo ‘Abele’ a Trastevere. Aveva sentito parlare della raccolta a Villa Literno e vi si era trasferito per lavorare e mettere insieme un po' di soldi da inviare a casa per poi potersi trasferire in Canadà: la sua meta. Ma lì, evidentemente, trovò un’altra Sowetho... La CGIL chiese i funerali di Stato e l’allora ministro De Michelis li concesse, ci fu anche un certo sentito riscontro nell’opinione pubblica di allora… altri tempi.
La figura, il pensiero, l’azione, la vicenda di Jerry Masslo non vanno dimenticate, sono l’antidoto -anzi la cura- del quale dobbiamo dotarsi per fronteggiare, contrastare e sopravvivere in questi disgustosi tempi che ci è toccato in sorte di vivere: nuovi colonialismi, fine del multilateralismo, di ogni reciprocità, genocidi e sopraffazioni predatorie, eclissi di ogni forma di diritto e feroci discriminazioni, familismo amorale (cosa che si credeva solamente italiana) e bullismo globalizzato, cosmologici conflitti di interessi (cosa che -anche questa- credevamo fosse solo italiana… vecchie e nuove schiavitù ecc.
Giuseppe Chitarrini
Attestato di registrazione del marchio
Sagra dei Ciciotti
Un passaggio formale tanto atteso quanto fondamentale per la tutela della storia locale. Nelle scorse ore, l'Associazione Culturale Falascana ODV ha ricevuto ufficialmente tramite PEC l'attestato di registrazione del marchio della "Sagra dei Ciciotti di Falasche".
Il prestigioso riconoscimento è stato rilasciato dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy, Direzione Generale per la Proprietà Industriale (UIBM), a seguito della data di presentazione del 5 gennaio 2026. Il documento ufficiale, firmato dal dirigente Alfonso Piantedosi e identificato dal numero di registrazione 302026000000436, attesta la titolarità al 100% in capo all'Associazione Culturale Falascana ODV. “Siamo davvero orgogliosi di questo traguardo che ripaga anni di impegno, passione e dedizione da parte di tutti i nostri soci e volontari”, dichiara il Presidente dell'Associazione Culturale Falascana ODV. “L'ottenimento di questo certificato riconosce formalmente il nome e l'identità della nostra festa, proteggendoli da qualsiasi abuso e garantendone l'importanza per il domani della nostra collettività”.
Un traguardo che arriva in concomitanza con la venticinquesima edizione della sagra, consolidando ulteriormente un appuntamento irrinunciabile per la promozione della cultura e della gastronomia del territorio.
Fabiana Folco
Antonella Colonna Vilasi
Antonella Colonna Vilasi, “Le donne della Costituente. Le ventuno donne che scrissero la Repubblica Italiana”, Passerino editore (Collana Intelligence), 2026, pp. 88.
In queste pagine, l’autrice: la prof.sa di Intelligence e collaboratrice di varie facoltà universitarie e istituti di ricerca, ricostruisce i percorsi delle donne nelle vicende costituzionali e nel contesto socio politico del dopoguerra, il loro contributo istituzionale, politico ed umano che portò alla stesura della carta costituzionale. L’autrice risale a quello che fu “il primo movimento organizzato per il suffragio femminile in Italia, che nacque negli anni 90 dell’800, con la lega per la promozione degli interessi femminili fondata nel 1881 a Milano da Anna Maria Mozzoni, una delle figure più importanti del femminismo italiano” (p.5). Anticipatrice dei movimenti femminili e femministi, che prese parte anche alla stesura del primo disegno di legge per il voto alle donne nel 1906: legge che portò a un nulla di fatto.
Gli avvenimenti della guerra e poi il fascismo portarono a uno stallo del percorso femminile; fu solo negli anni della Resistenza (che vide la partecipazione di non poche donne fra le file partigiane e antifasciste) e subito dopo, nel 1945, che il movimento di crescita e rivendicazione dei diritti della donna riprese in pieno il suo percorso. Nel febbraio 45il Decreto legislativo n. 23 apre le urne alle donne e nel marzo 46 le donne partecipano alle elezioni amministrative in molti comuni, una di loro a Imperia diventa sindaco e alcune consiglieri comunali. Si arriva al “2 giugno 1946, gli italiani furono chiamati a compiere la scelta fra monarchia e repubblica”(p. 11) e alle elezioni per la Costituente del giugno 46. Vengono eletti 556 deputati per l’Assemblea Costituente, 21 (il 3,8%) sono le donne: 9 della Dc, altrettante del Pci, 2 le socialiste e una dell’Uomo Qualunque, la più giovane è la venticinquenne Teresa Mattei del Pci, laureata in filosofia e protagonista della Resistenza fiorentina.
Il libro tratteggia queste figure di donne, l’adesione ideale e politica, le biografie istituzionali ed umane-esistenziali per poi, nelle pagine successive, ripercorrere quelle che sono state le tappe più importanti del “processo di attuazione dei principi costituzionali in materia di diritti delle donne che si è esteso nell’arco di decenni” (p. 70). L’autrice poi fornisce un elenco delle principali leggi e riforme in materia (cfr. pp.70, 71).
Giuseppe Chitarrini