Storia della bandiera “catturata e colpita con un cannoncino” dai tedeschi il 9 settembre ’43, al poligono di Nettuno
Trenta anni fa, il 25 aprile, restituita la bandiera di Nettuno
In questi giorni di paura per la guerra in medio oriente che si è sviluppata parallelamente alla guerra in Ucraina, con il bombardamento israeliano a Gaza e la questione palestinese del diritto o no, alla loro terra per la definizione di due popoli due Stati; con il governo italiano in bilico tra appoggiare gli Stati Uniti e Israele, e quindi partecipare alla guerra, che ora vede l’America bombardare l’Iran e Israele bombardare il Libano, la mente non può che tornare a ciò che avvenne da noi, in particolare negli anni 1943-1944, con l’occupazione tedesca e lo sbarco anglo-americano. In Italia, la guerra finì il 25 aprile 1945. Gli avvenimenti di quel periodo sono raccolti nel libro “Quei giorni a Nettuno”, edito da Abete, Roma, autori Francesco Rossi e Silvano Casaldi che scrive queste note, e presentato il 22 gennaio 1989, nella Sala Consiliare del Comune di Nettuno. Durante la cerimonia, il commendatore Lulli, in rappresentanza del Comitato di Liberazione, si avvicinò al tavolo dei relatori e mi disse: “Nel nostro museo, a Roma, abbiamo una cosa che appartiene a Nettuno”. Nessuno ci aveva mai parlato della storia che stiamo per raccontare e che non è stata scritta nel libro per mancanza di testimonianze.
Il 14 marzo 1990, l’amministrazione comunale mi assegnò i locali per aprire il “Museo dello Sbarco Alleato”. Tra le prime cose che feci fu chiamare Lulli al telefono e invitarlo a visitare il nostro museo. “Vieni prima tu a Roma”, mi rispose, rifiutando di dirmi cos’era di tanto importante da vedere. All’epoca, il Museo della Guerra di Liberazione era ospitato in alcuni locali all’interno di un palazzo che fungeva da presidio militare, in via Paolina, nelle vicinanze di Santa Maria Maggiore, a pochi passi perciò da Termini, la stazione centrale.
Il prezioso oggetto in mostra, piegato in una vetrina, era una bandiera italiana con lo stemma sabaudo, ma la particolarità consisteva nel fatto che tra il verde e il bianco appariva un foro. Il commendatore Lulli mi spiegò quindi che la bandiera era stata presa da un ufficiale tedesco la mattina del 9 settembre ’43, al poligono di tiro. E il foro era la conseguenza di un colpo di cannoncino che l’ufficiale aveva ordinato di sparare contro la bandiera che era issata sul palo, vicino al cancello d’ingresso. Dopodiché la fece calare, la piegò in più parti e la portò via.
Domandai: “Cosa devo fare per averla in mostra a Nettuno anche se solo per un periodo limitato?”. “Per adesso niente, ma tra non molto dovremmo trasferirci e potrai prenderla in maniera definitiva”, rispose. Per fargli capire che ci tenevo moltissimo a questo cimelio, gli giurai che sarei andato a piedi a Roma se fosse stato necessario. “No! Quando sarà il momento la portiamo noi soci a Nettuno. Ti avvertirò in tempo e dovrai preparare una cerimonia al municipio”.
Per capire l’importanza e la testimonianza che rappresentava la bandiera, bisogna ripercorre un po’ di storia. L’8 settembre ’43, con l’armistizio firmato a Cassibile all’insaputa dei tedeschi, con la fuga da Roma del Re Vittorio Emanuele III e del maresciallo Badoglio, con gli italiani abbandonati a sé stessi, divisi, costretti a riprendere le armi e combattere al fianco degli eserciti stranieri, fu appunto la maggiore vergogna della nostra storia, oltre la logica conclusione della guerra scatenata dal nazismo e dal fascismo. Nell’elenco di quei coraggiosi che, prima che si organizzassero la lotta clandestina e le formazioni partigiane, comprendeva i granatieri di Sardegna e i civili raccoltisi a Porta San Paolo, nel tentativo di difendere Roma, i martiri di Cefalonia, gli scugnizzi delle quattro giornate di Napoli, hanno trovato posto anche i giovani di Anzio e Nettuno che, uniti ad un gruppo di militari, quasi interamente formato da artiglieri della Caserma Piave, ai quali si aggiunse un distaccamento di fanti provenienti da Fogliano, insorsero contro i tedeschi.
La rivolta ebbe inizio a Nettuno il 9 settembre e ad Anzio il giorno dopo. La differente data dipese dall’azione dei tedeschi che, non del tutto impreparati all’armistizio italiano con gli anglo-americani, cominciarono da Nettuno, che era la sede del presidio militare, in piazza Mazzini ed un raggruppamento di caserme: la Piave, la Donati e la Tofano, all’interno del poligono di tiro, dove la mattina del 9 settembre il tenente della Wehrmacht Höbeoeler, si diresse col suo reparto per disarmare i soldati. Dopo aver annullato le azioni dei pochi rivoltosi Höbeoeler fece sparare da un cannoncino alcuni colpi contro la bandiera italiana svettante sull’asta del poligono, la fece ammainare da un soldato e se la portò via, come ricordo. Poco prima della fine della guerra in Italia, il tenente Höbeoeler si trovò nel nord d’Italia e frequentò una ragazza altoatesina alla quale, prima di ritirarsi verso la Germania, lasciò la bandiera presa al poligono di Nettuno. In quel paese arrivarono e sostarono i bersaglieri del Corpo di Liberazione italiano. Uno dei bersaglieri fece amicizia con la ragazza e lei gli regalò la bandiera, raccontando la storia del tenente tedesco che gliel’aveva donata. Il bersagliere sopravvisse alla guerra e successivamente la consegnò al Museo della Liberazione. Attualmente è custodita al museo dello Sbarco Alleato, al forte Sangallo.
Silvano Casaldi