SIMPOSIO
Giuliana Bellorini
Coordinatrice corrispondente
del salotto sede del Simposio
L’OPERA LIRICA
si avvale di tutte le possibilità dell’arte e, proprio per questo, può essere apprezzata a più livelli. È soprattutto musica popolare che, al centro, racconta una storia. Il canto si esprime tramite il virtuosismo della voce singola o per coralità di numerose comparse, la recitazione di ognuno deve rendere convincente il proprio ruolo, cercando naturalezza e spontaneità anche quando i movimenti sono difficoltosi. Architettura, pittura e scultura sono necessarie per ambientare l’evento nel suo momento storico o psicologico. La musica sostiene, accompagna, s’innalza, qualche volta tace ma, in assoluto, avvolge l’insieme e porta al massimo grado tutta la narrazione del dettato poetico nella sua massima veridicità, per sottolineare o esaltare i molteplici sentimenti: amore, odio, amicizia, eroismo, passione. Chiunque si accosti alla musica lirica senza prevenzioni può trarre la sua soddisfazione da almeno uno di tutti questi aspetti e, con il tempo, comprendere la grandezza di un’opera d’arte totale, Wort-Ton-Drama (dramma di parole e musica) come la chiamò Richard Wagner.
Il m° Carlo Liberatori, fin dall’inizio del Simposio (2003), ci ha intrattenuto settimanalmente per abituarci all’ascolto e alla comprensione dell’opera lirica nella sua totalità. E, se oggi ascoltiamo un’opera lirica e riusciamo a goderla ed apprezzarla, lo dobbiamo a questi incontri.
Inizieremo a riprendere gli appuntamenti al Simposio, proprio con lui, domenica 20 settembre 2026.
Una bella occasione per gli appassionati, ma anche per chi volesse approcciare nuovi ascolti, non mancate!
Giuliana
TRISTANO/ISOTTA
RICHARD/MATHILDE
John Duncan, Tristan & Isolde, 1912.
Richard Wagner, già sposato con l’attrice Minna Planer, dedicò a Mathilde Wesendonck, sua musa ispiratrice, un’opera immensa come “Tristano e Isotta”, nella quale è espressa la sua concezione dell’amore ideale. Un amore vissuto spiritualmente, ma anche desiderato con ardore: un amore impossibile che cerca la sua realizzazione, come emerge dalla musica. Un amore infelice, poiché anche Mathilde era sposata. Ma in quel momento era la donna ispiratrice, amante dell’arte e della musica, che di Wagner si fece paladina, aiutandolo attraverso il marito che finanziava le costose esigenze del musicista per attuare anche materialmente le sue composizioni.
Soffermarsi sull’aspetto pratico ed esteriore di un uomo che, sicuramente, sfrutta una situazione di vantaggio professionale e che dall’innamoramento trae linfa preziosa per la sua creatività in un assoluto tutt’uno alla sua opera, ci lascia perplessi nello sguardo di questa storia. Oggi, con la libertà di stampa e di parola che obbliga il giornalista, per “dovere d’informazione”, a raccontarci la cronaca dei fatti nei più minuziosi dettagli del comportamento esteriore delle persone, che al giudizio dei più sono ritenute socialmente esecrabili, Richard e Mathilde farebbero notizia non solo sui giornali di pettegolezzi.
Ascoltando questa musica, travolgente e sublime, spasmodica e diafana nella quale il motivo si arricchisce di tutte le più sottili sfumature per esprimere sensazioni che sfiorano il delirio, fino alla sublimazione finale: tutto il resto che valore può avere? Il resto potrebbe averne per aiutarci a comprendere la complessità dell’uomo che, mentre potrebbe apparire esteriormente debole e meschino, al contrario vuole esprimere tutta la grandezza dell’anima anelante al bello e al buono, ma soprattutto alla verità dell’amore.
È un ideale irraggiungibile nella sua forma compiuta, un’aspirazione di cui l’artista, consapevolmente o no, si fa portavoce attraverso il tentativo del proprio linguaggio di renderlo esplicito, non solo a se stesso.
Il momento creativo è uno stato eccezionale che permette di andare nella profondità della nostra essenza, nell’inconscio si dovrebbe dire, per arrivare, attraverso l’elaborazione di qualcosa affine alla sensibilità, ad esprimere in forma compiuta la nostra opera. È soprattutto una ricerca di completezza intima per darci la dignità di cui abbiamo bisogno. Consapevoli o meno di questo, il momento poetico è la sincerità dell’uomo di fronte al mistero che il suo dramma interiore gli evoca continuamente. Per noi, il poeta è come se ci abbracciasse per aiutarci a capire chi siamo, perché nelle sue espressioni compiute, musica o parole che siano, si riflette la storia umana universale. Se nell’indifferenza non c’interessa comprenderlo, perché più attratti dalla variegata apparenza delle cose, come spiegare quel malessere che spesso inspiegabilmente ci affligge? Come potremmo capire senza andare oltre? Oltre c’è qualcosa di più, che va compreso, e gli artisti possono aiutarci a farlo.
G.B.
Domenica 20 settembre - ore 17
Apertura della stagione del
Simposio ’26/’27
IL “BEL CANTO”:
non solo opera lirica!
Itinerario belcantistico attraverso i secoli ‘800 e ‘900 delle voci più famose e delle melodie più affascinanti.
Raccontata dal m° Carlo Liberatori
Avevo da poco compiuto i tredici anni. A detta di amici e parenti possedevo già una bella voce ed una perfetta intonazione. Era l’età nella quale nulla capivo dell’opera lirica, dei suoi compositori, dei suoi più famosi interpreti. Un giorno ascoltai alla radio una melodia struggente, una voce soave, affascinante! Chiesi, allora, a mia madre: “chi è questo cantante dalla bellissima voce che interpreta quest’ aria?” - E mia madre:
“è il più grande tenore vivente, Beniamino Gigli!”. (Ciò rappresentò la mia prima pietra miliare del percorso artistico canoro!).
Naturalmente la mia età crebbe negli anni che seguirono: i miei primi “concerti” davanti ai bambini e alle bambine delle colonie estive, invitato dalle signorine nostre assistenti.
Fui scoperto da un padre domenicano, musicologo e compositore, Padre Ranelli. Fui invitato da questi a studiare l’Ave Maria di Schubert ed il Panis Angelicus di Frank. Dopo due settimane eseguii queste arie durante un matrimonio ricevendo la somma di 1500 lire, che divisi con i miei fratelli.
Mi diplomai a Santa Cecilia in Canto e Pianoforte Complementare e perfezionai i miei studi tecnico-vocali ed interpretativi sotto la guida del mio caro maestro, Pietro Sopranzi, e di sua moglie Caterina, con la quale studiai sedici opere complete di repertorio.
Parliamo ora della musica vocale da camera e delle relative arie scritte da diversi esimi autori. Nei secoli ‘800 e ‘900 non esisteva quella che noi chiamiamo “musica leggera”. I più grandi compositori di allora e gli autori della parola cantata si ispirarono soprattutto alle grandi voci di cui ebbero contezza. La musica da camera nacque in Francia nel ‘700 e si diffuse in Italia nei secoli successivi. Era in voga la romanza dai contenuti amorosi e sentimentali, per canto ed accompagnamento strumentale, perlopiù pianistico. (Romanza da salotto proprio perché brano di intrattenimento salottiero.
Fu coltivata da grandi autori quali Tirindelli, Denza, Tosti, Costa, Leoncavallo, Gastaldon. È d’obbligo, tra questi, ricordare Giuseppe Verdi nel suo famoso “Brindisi”!
Per concludere poi ci sono le belle arie dalle melodie immortali! Tra queste domina in assoluto “la canzone napoletana”, incontrastata, dominatrice, apprezzata in tutto il mondo.
ROBOTICA
di Rino Pastore
Tra panda, robot e conti da pagare:
la fragile arte di restare umani in un mondo che corre
L'essere umano non sa mai dove sta andando, ma ha sempre una fretta indiavolata di arrivarci.
Prendiamo Bill Gates: si sveglia una mattina e definisce l’intelligenza artificiale un pericolo capace di scatenare una crisi peggiore della Grande Depressione degli anni Trenta, una rivoluzione che rischia di travolgerci.
E c’ha ragione, se ci pensiamo bene, questo progresso che corre come un bersagliere minaccia non solo l’occupazione, ma la nostra dignità.
Con i robot pronti a rimpiazzare milioni di lavoratori, Bill se ne esce con un'idea che fa sorridere ma fa anche riflettere: creare per legge delle "riserve protette", salvando almeno il quaranta per cento dei posti di lavoro per i soli esseri umani, come se fossimo una specie protetta al Parco Nazionale d'Abruzzo.
Senza contare il paradosso fiscale, che sembra una barzelletta amara:
oggi riempiamo di sconti le aziende che comprano macchinari, mentre tartassiamo chi assume un lavoratore in carne e ossa. E allora bisognerebbe tassare i robot, accidenti, per evitare che l'automazione prosciughi proprio quel gettito che serve a pagare i servizi essenziali, come la sanità e le scuole.
Ma il dilemma vero va ben oltre i bilanci dello Stato. Riguarda l'essenza stessa dell'uomo. Da un lato rischiamo che qualche scellerato usi l'IA per fare grossi danni; dall'altro c'è il timore silenzioso che i nostri figli, delegando tutto alle macchine, perdano la voglia di faticare, di imparare e persino di pensare… vabbeh, forse su quest'ultimo punto è già da un po', ma è un'altra storia.
Dopotutto, certa tecnologia è un po' come una pizza fritta:
caldissima, irresistibile al primo morso, ma poi ti ci vuole una settimana per digerirla.
Allora la domanda sorge spontanea: dovremmo smettere di utilizzare l’intelligenza artificiale?
La risposta è no. L'IA può aiutarci a lavorare meglio, a far correre la ricerca scientifica, a studiare, a sveltire quella piaga d'Egitto che è la burocrazia. Il punto non è scappare come conigli, ma capire che bestia abbiamo di fronte.
Esattamente come stiamo attenti a non sprecare l'acqua o la luce a casa, dovremmo cominciare a usare il digitale con un po' di sale in zucca e meno dipendenza.
Chiedere a un supercomputer di fare compiti cretini solo per riempire internet di banalità non è soltanto uno spreco energetico che fa male alla terra, è il modo più sicuro per spegnere quel poco di cervello che ci è rimasto.
E poi teniamo i piedi per terra: oggi ci danno tutto gratis o quasi, ma mantenere quei data center enormi costa un occhio della testa. Prima o poi la pacchia finisce, la fase promozionale saluta tutti e l'intelligenza artificiale diventerà una roba per pochi.
A quel punto, le imprese che oggi continuano a investire nell’IA solo per la paura di restare indietro si ritroveranno a fare i conti con un pugno di mosche e ritorni economici ancora tutti da dimostrare, lasciando che a guadagnarci davvero siano solo i pochi colossi che vendono le pale in questa nuova corsa all'oro.
Insomma, usiamo la testa, che è ancora l'unica bellezza che non ha bisogno di essere ricaricata alla presa del muro.