IL “CONSENSO”
di Antonella Bontae
Appare paradossale che, in una fase storica segnata dalla guida femminile alla Presidenza del Consiglio e alla Commissione Giustizia, il dibattito sul nuovo DDL contro la violenza sessuale rischi di vedere "cancellata" la parola consenso. Un compromesso tra maggioranza e opposizione che sembra ignorare decenni di battaglie e acquisizioni scientifiche.
Già nel 1975, Susan Brownmiller definiva lo stupro come «un processo cosciente di intimidazione con cui tutti gli uomini mantengono tutte le donne in uno stato di paura».
La sua analisi era lucida: lo stupratore non agisce per pulsione sessuale, ma per esercitare un potere, psicologico e fisico, sulla vittima.
Questo purtroppo è alimentato da una "cultura solidale": una rete di tacita approvazione che protegge il carnefice. È qui che si annida la vittimizzazione secondaria operata dalle istituzioni, dalla polizia e dalla magistratura, e dal contesto sociale, ossia il trauma aggiuntivo subito dalle vittime di reato, che si manifesta attraverso la colpevolizzazione, la messa in dubbio della testimonianza e procedure in-sensibili, provocando la rivivificazione del dolore originale.
Ecco i dettagli principali sulla vittimizzazione secondaria: ricordato dalla storica Nadia Filippini nel 2022, ripercorrendo il processo per stupro di Verona del 1976, la mobilitazione femminista ha dovuto lottare per allontanare questi pregiudizi dai tribunali.
Ora il nodo centrale è proprio il consenso: non si può presumere l’assenso solo perché manca una negazione esplicita o una resistenza fisica. Si può essere campionesse di arti marziali e trovarsi comunque nell'impossibilità di reagire. La scienza medica e la psicologia hanno ampiamente dimostrato che, di fronte a un'aggressione, il corpo può attivare una risposta primordiale: l’immobilità tonica (o freezing). Non è una scelta, ma una strategia estrema di sopravvivenza in cui il corpo "ragiona" al posto del cervello, accettando l'atto carnale pur di salvaguardare la vita. Ignorare quindi il peso giuridico della parola "consenso" significa scagionare lo stupratore dalle sue responsabilità. Molti Paesi hanno già allineato le proprie legislazioni alla Convenzione di Istanbul del 2011 (ratificata dall'Italia con la Legge 77/2013).
Il mio è un invito alla riflessione per chiunque desideri una legge realmente giusta. È necessario che l’opinione pubblica diventi favorevole ad una verità che non può essere negoziata: dove non c'è un "sì" esplicito, c'è violenza e spero vivamente che, nel percorso legislativo, prevalga un’evoluzione positiva capace di proteggere la dignità e la vita di ogni donna.
A PROPOSITO DI VIOLENZA
CONTRO LE DONNE
di Francesco Bonanni
I sempre più frequenti casi di femminicidio, che nella quasi totalità dei casi avvengono in ambito familiare in quanto commessi da coniugi o da compagni della vittima, rappresentano un grave problema da dover portare all’attenzione di tutti noi e imporre una conseguente triste riflessione sul crescente imbarbarimento della nostra Società. Ciò deve rappresentare un preoccupante allarme da affrontare a 360°.
Il patriarcato esiste ancora:
tutti sotto lo stesso tetto?
Voler far derivare questa violenza da una sopravvivenza di una Cultura Patriarcale, come da alcuni affermato, significa non solo di avere una fuorviante conoscenza di ciò che è stato effettivamente il Patriarcato, ma addirittura di arrivare a conclusioni sbagliate che non aiutano a risolvere il problema. Difatti il Patriarcato appartiene ad una Società che, spazzata via dalla Evoluzione Tecnologica, non esiste più. Le sue, all’epoca rigide regole, che nella sensibilità della nostra generazione possono apparire inaccettabili, erano invece indiscutibilmente subite da tutti in quanto corrispondenti ad una Morale completamente funzionale a quei Tempi.
La nostra è una società civile?
Nell’esaminare il “Fenomeno Violenza” prima di tutto bisogna partire dal concetto di “Violenza in genere” per poi passare a quello di “Violenza di Genere”. Ciò non vuole essere un gioco di parole ma una essenziale ed irrinunciabile premessa per poter individuare le varie cause di questa incivile e orrenda deriva criminale qual è la violenza contro la donna. Perché di vera e propria deriva criminale si tratta.
Ogni forma di Violenza, anche la più lieve, sia quella fisica che quella psicologica rappresenta un abominevole comportamento incompatibile per una Società che vuol essere civile.
Avvengono quotidianamente ad atti di violenza in ogni ambito sia nella forma fisica che verbale.
Dalle strade per i più futili motivi, alle scuole con i sempre più frequenti atti di Bullismo
Scandalo e Violenza fanno audience
Per quanto riguarda la sua forma verbale in Televisione assistiamo ad una continua orgia di violenza in ogni dibattito sia di costume che politico, tollerata se non addirittura stimolata dagli stessi conduttori con lo scopo di acquisire maggiori indici di ascolto.
Questo ci ricordano all’epoca dell’Antica Roma le lotte dei Gladiatori nelle arene offerte dal Potere per il divertimento, soprattutto di una plebe amante della Violenza più sanguinaria.
Ogni dibattito invece di essere un utile scambio di diverse idee e punti di vista è gestito come un metaforico scontro di pugilato senza regole, sollecitando in tal modo i peggiori istinti delle masse come avveniva con la Plebe romana nelle arene dell’Antica Roma.
La Costituzione e i suoi principi solo sulla Carta
Si parla tanto di Democrazia. Non basta stilare una Carta Costituzionale, senza tolleranza e rispetto del prossimo non può esserci una democratica convivenza civile.
Per questo tante discutibili giustificazioni di certi Sociologisti con i loro falsi buonismi diventano delle vere e proprie complicità morali.
Errata educazione dei giovani
Alle radici della Violenza c’è un grave deficit Educativo. Quei giovani che nell’adolescenza hanno ottenuto tutto senza mai aver ricevuto un giusto divieto (il tanto educativo NO) una volta diventati adulti al primo rifiuto entrano in crisi.
È nelle difficoltà che si cresce ed è attraverso l’esperienza degli Insuccessi che si può raggiungere il Successo. Ciò vale sia nella vita lavorativa che in quella personale.
Per un Genitore è molto comodo concedere tutto al figlio senza mai porre paletti, ma così il ragazzo non crescerà mai e rimarrà un eterno fragile Peter Pan senza mai diventare adulto veramente responsabile.
È il caso che le colpe dei Genitori ricadono sui comportamenti irresponsabili dei figli.
La donna e la lotta per l’emancipazione.
Per quanto riguarda la VIOLENZA DI GENERE il discorso si amplia. Difatti si tratta di un fenomeno culturale, anzi subculturale, piuttosto complesso che, pur inserito in contesto di Violenza in
Genere, presenta aspetti peculiari derivanti da comportamenti radicati nei secoli e da pregiudizi morali che ormai pur superati dai tempi tendono a persistere nella quotidianità.
Viviamo in un’epoca in cui lo Sviluppo Tecnologico ha sempre più ridotto l’importanza della forza fisica sostituendola con quella mentale.
Ciò ha favorito notevolmente le potenzialità della Condizione Femminile facendo cadere il grosso discriminante tra i sessi rappresentato proprio dalla pura efficienza muscolare.
Ma il gran paradosso della Natura Umana è rappresentato dalla difficoltà dell’Umanità ad adattarsi alle nuove condizioni di vita create da lei stessa proprio con l’Evoluzione della Tecnologia e tale resistenza si verifica anche nei rapporti tra l’Uomo e la Donna.
E questa profonda Transizione dei Costumi nella quale l’Elemento Femminile si sta sempre più liberando, per le cause prima esposte, dai ruoli assegnatoli nel passato nella realtà presente talvolta si scontra con la resistenza dell’Elemento Maschile ad accettare tale cambiamento che in casi limiti arriva addirittura a compiere atti di violenza tali da arrivare al Femminicidio.
Nella cultura giuridica di un passato arrivato fino al 1975 nella Famiglia primeggiava la figura del Capo Famiglia con i conseguenti relativi poteri nei confronti di tutti i suoi componenti.
Nel nostro Paese il Codice del 1942, che rispecchiava nella sostanza i principi sostenuti nei Codici precedenti, prevedeva che la Patria Potestà doveva essere esercitata esclusivamente dal Padre, salvo in casi di sua morte o impedimento in cui era la Madre ad esercitarlo.
Addirittura l’articolo 144, riguardante la Potestà Maritale, sanciva che il Marito era il Capo Famiglia e la Moglie doveva seguire la condizione civile di lui, ne assumeva il cognome ed era obbligata ad accompagnarlo dovunque egli credesse opportuno fissare la Residenza.
In qualità di Capo Famiglia al Marito era riconosciuto lo “JUS CORRIGENDI” con mezzi disciplinari e fisici non solo nei confronti dei figli ma anche della stessa Moglie.
Lo Stesso Adulterio, all’epoca previsto come reato, era diversamente sanzionato nei confronti dei due Coniugi, con pene più severe per la Moglie.
Uguaglianza solo in apparenza
La Riforma del Diritto di Famiglia del 1975 ha posto sullo stesso piano i due coniugi sostituendo la Patria Potestà con la Potestà Genitoriale e cancellando tutte le disparità coniugali previste nel Codice precedente.
Ma purtroppo a mezzo secolo di distanza la “Rivoluzione Giuridica” non ha sempre comportato un altrettanto cambiamento nel comportamento di certi uomini.
Se in un certo senso il pregiudizio della Verginità Femminile vissuto come un valore assolutamente da imporre è stato superato non altrettanto è avvenuto con un altro pregiudizio: il senso del POSSESSO.
Il Possesso è strettamente collegato ad un altro atteggiamento finora considerato con toppa benevolenza e addirittura come una manifestazione di amore: la Gelosia. Ogni forma di Gelosia anche quella che appare più innocua non solo rivela una patologica
insicurezza di chi la esercita ma anche e soprattutto un’insana e subdola forma di potere nei confronti della persona verso la quale è indirizzata. La Gelosia anche nella forma più lieve è una vera e propria forma di violenza psicologica in quanto limita la libertà di chi la subisce.
Volendo prendere a prestito un termine giuridico, la Violenza contro le donne non è altro che il risultato del “Combinato Disposto” di una vile prepotenza verso un essere fisicamente più debole e di un deteriore sentimento di possesso, retaggio di una ancestrale subcultura ereditata da un lontano passato.
Al di là di ogni trita Retorica e di ogni Preconcetto Ideologico questo tipo di Violenza deve essere duramente combattuto con la massima severità. Ed è compito della Classe Politica, senza distinzione di colore politico, di prendere iniziative dirette a debellare questa vergogna per una Società che vuole considerarsi evoluta e addirittura civile.
Ma anche in ambito familiare, primo presidio educativo, è necessaria una presenza amorevole e nello stesso tempo autorevole in quanto ogni Individuo non è altro che il risultato del clima familiare in cui è vissuto.
Per concludere contro il citato Combinato Disposto di Violenza-Possesso deve corrispondere la Severità della Legge e la Educazione della Famiglia.
Domenica 15 marzo 2026 - ore 16.00
Via Venezia, 19 - Lido di Cincinnato - ANZIO
LA DANZA:
il ritmo del cuore e della vita.
di Tiziana Forcina
L'evoluzione del ballo è uno specchio affascinante dei cambiamenti sociali, culturali e artistici della storia umana. Dalle danze rituali primitive alle forme strutturate di corte, fino alla rivoluzione dei balli di coppia, alla libertà espressiva della danza contemporanea e di strada. Lo stile del ballo ed il movimento corporeo che lo accompagnano, si è costantemente trasformato. Vedremo come nel Walzer il ballo viene interpretato come un obiettivo comune che richiede di tenere conto dell'altro, favorendo la coesione e il rispetto reciproco.
Cos’ è che unisce un movimento languido d’un gatto, un movimento del feto nel liquidò amniotico alla danza... se non un legame ancestrale di ritmo e sospensione, radicato nella nostra biologia prima ancora che nella nostra cultura. Il ritmo del Cuore e della Vita.
L’ essere umano, prima ancora della pittura e della scrittura, ha utilizzato il corpo per esprimere emozioni, venerare divinità o per narrare storie, rendendo la danza una forma d’ arte primaria, ove il corpo non si limita ad eseguire un movimento ma formula idee, emozioni e narrazioni, attraverso gesti, postura e ritmo, esprimendo
ciò’ che le parole non riescono a catturare...«Il linguaggio nascosto dell’anima» (Matha Grahami).
Inizialmente la danza era un rito per connettersi con il divino o la natura. Con l’avvento delle corti rinascimentali, il movimento si trasforma in etichetta. La gestualità nel ballo di corte, ha trasformato il movimento corporeo in un codice di condotta sociale, dove ogni braccio alzato o passo strisciato comunica il rango, la raffinatezza e
l’adesione alle norme della classe dirigente.
Danze come il minuetto, prevedevano contatti minimi (solamente la punta delle dita) e figure geometriche complesse che enfatizzavano la compostezza e il rango.
Il XX secolo segnò l’inizio d’ una rivoluzione con l’introduzione d’un ballo nuovo: il Walzer, che segnò la prima grande rottura dei codici aristocratici. All’epoca fu considerato scandaloso e sensuale perché rompeva la distanza formale, tipica delle danze di corte.
Per la prima volta la coppia si fronteggia in un abbraccio chiuso. Il suo gesto principale è una rotazione continua che simboleggiava libertà e un parziale abbandono del controllo rigoroso.
Un ‘dondolarsi’, che riporta alla mente e nostre radici e, come il feto fluttuando rimane fisicamente avvolto e protetto dall’utero, il ballo rappresenta una metafora del movimento primordiale, segnando un vortice che ci riporta alla fluttuazione languida e sicura delle nostre origini.