La criminalità provocata da immigrati irregolari è ogni giorno nei titoli di cronaca nera
Remigrazione
“Rovereto, donna uccisa a pugni nel parco: arrestato 37enne nigeriano”;
“Stupro di gruppo di una tredicenne alla Villa Bellini di Catania: fermati sette ragazzi egiziani”;
“Le ragazze in piazza Duomo sono state violentate dal branco di immigrati”;
“Infermiera uccisa a coltellate nell’androne di casa: fermato marocchino”;
“Milano, aggredisce un turista ebreo in Stazione Centrale: arrestato 25enne pakistano”;
“Uccisa a pugni in faccia e rapinata dall’africano già violento”;
“Donna uccisa a pugni in un parco da un uomo di origine nigeriana, Nweke Chukwuka”; “
Cercava di salvare l’aggressore da un treno: così il poliziotto è stato accoltellato da un immigrato a Milano. Il responsabile era stato espulso”;
“Diciottenne uccisa e fatta a pezzi a Macerata dal cittadino nigeriano Innocent Oseghale”;
“Il vice ispettore Christian Di Martino accoltellato gravemente da un cittadino marocchino irregolare”.
E’ diventata una litania insopportabile quella che riguarda i crimini commessi contro la persona da immigrati clandestini. Perché fare la distinzione fra criminali clandestini e criminali italiani? Semplicemente per il fatto che essi sono perpetrati da persone che non dovrebbero essere nel nostro Paese e perché se essi non vi fossero quei reati non verrebbero commessi e molti danni sarebbero evitati e molte vite salvate. Le strade di grandi città e non solo sono in balia di bande di immigrati irregolari che si contendono il territorio e la sopravvivenza con scorribande notturne e col traffico della droga. Alcuni quartieri di Genova, di Roma, di Milano di Catania ecc sono diventati inaccessibili anche per le forze dell’ordine.
Le stazioni delle grandi città sono presidio di giovani irregolari che vi bivaccano giorno e notte aggiungendo degrado al pericolo. Ma se la stragrande maggioranza di quei giovani che oggi delinquono, perché non possono fare altro o perché decidono di farlo, erano su quei barconi che sono approdati nelle coste meridionali, perché dovrebbero restare in un paese in cui sono entrati contro la legge? Come si fa ad affermare che non creano criminalità se ogni giorno commettono crimini? Perché politici di spicco del nostro Parlamento non perdono l’occasione per andare a dar loro il benvenuto sul molo o addirittura salendo sulle barche che li stanno portando in Italia illegalmente? Una situazione inaccettabile tanto più perché riguarda criminali che se la legge venisse applicata non dovrebbero essere in Italia e che, nonostante l’ipocrita e reiterata affermazione proveniente da una parte politica per cui non si può mettere in relazione l’immigrazione clandestina con la criminalità, rappresentano un problema enorme per la sicurezza delle nostre città.
Le statistiche parlano chiaro e specialmente per un crimine vile, come quello dello stupro, ci dicono che una violenza sulle donne su due è commessa da immigrati irregolari, fatto che bisogna sottolineare perché questa statistica non tocca gli immigrati regolari. Verificato dai fatti reali di cronaca e non da opinioni giornalistiche che l’immigrazione clandestina sta mettendo in crisi le nostre città, fino a quando i cittadini italiani, inclusi quei cittadini legalmente nel nostro Paese, vorranno accettare una situazione che peggiora ogni giorno proprio perché aumenta la presenza di immigrazione clandestina? I tentativi di espulsione vengono bloccati da una magistratura fatta da personaggi che partecipano a manifestazioni contro il Governo per il suo contrasto all’immigrazione irregolare e da regole che pretendono di dettare ad un Governo eletto quali siano i “paesisicuri” decisione che compete al Ministero degli Esteri. Conosco un caso di un cittadino tunisino a cui è stato concesso il permesso di soggiorno perché era in pericolo a causa dei genitori di una fidanzata che aveva lasciata. Sulla scia di quantoaccade negli USA, si comincia a parlare di remigrazione e, apriti cielo, si sollevano eccezioni di deportazione.
Perché opporsi a quello che la legge prevede e cioè a porre in atto l’azione di rimpatrio per coloro che non sono stati autorizzati a vivere e a delinquere in questo Paese? Perché attaccare il Governo per l’aumento della criminalità e poi ostacolare ogni azione di espulsione di persone che di fatto o potenzialmente sono criminali? C’è una tesi condivisa da parte dei difensori delle porte aperte a tutti, categoria sconosciuta in tutti gli altri stati europei, ed quella che “il Governo non vuole integrarli”.
L’integrazione è un termine usato a sproposito quando è riferito a consessi sociali anomali, perché essa richiede un processo bilanciato tra chi deve integrare, chi vuole essere integrato e le motivazioni, affinché il meccanismo ne tragga ragioni e vantaggi. Cosa che avviene per i flussi di immigrazione controllati.
Come si può integrare chi viene in Italia senza la benché minima capacità lavorativa, senza la benché minima volontà di rispettare le regole del paese in cui si entra e spesso con un passato di criminalità comune o di attività di integralismo religioso? La tensione è crescente, gli strumenti di rimpatrio sono molto limitati, quelli legali sentono il peso di decisioni ideologiche, la criminalità provocata da immigrati clandestini occupa in permanenza la cronaca nera. Fino a quando? Fino a quando l’ipocrisia potrà annullare la logica?
Sergio Franchi
Il sindaco Lo Fazio ha sottoscritto il manifesto
Stati Uniti d’Europa
L’Europa è di nuovo di fronte a un bivio: cambiare rilanciando le sue ambizioni o accettare un lento declino.
La politica dell’amministrazione Trump e il ritorno dei nazionalismi in molte parti d’Europa frenano il processo di integrazione verso un’Europa federale attaccando il multilateralismo e i valori democratici.
Alla vigilia del settantesimo anniversario dei trattati di Roma, si impone una svolta, con la ripresa di una grande mobilitazione e battaglia politica. L’Europa non può limitarsi a resistere: occorre con forza rilanciare l’opzione federale dell’Unione Europea come unica risposta credibile alle sfide globali.
L’Unione Europea ci ha garantito fino ad oggi pace, democrazia e benessere.
Ma il livello di integrazione politica, economica e produttiva raggiunto oggi non basta più. Non protegge le nostre conquiste sociali, non garantisce la nostra sicurezza e non è in grado di sostenere una azione diplomatica comunitaria forte e coerente a tutela della pace e sviluppare un’autonomia strategica nei campi fondamentali dello sviluppo.
Come nel 1957 serve coraggio per cambiare, per costruire un processo nuovo che rafforzi la dimensione unitaria e politica dell’Unione. Un’Unione capace di guidare i grandi cambiamenti di questo secolo, invece di subirli.
Pensiamo alle sfide tecnologiche per rilanciare la nostra competitività nel campo del digitale, dall’intelligenza artificiale, all’aerospazio, alla transizione ecologica e all’autonomia strategica nella difesa. Su questi temi, noi non produciamo più innovazione: la regoliamo. Altri producono, ci vendono i prodotti, e crescono loro mentre noi paghiamo. Regolare per tutelare persone e pianeta è giusto, ma da solo non crea PIL né lavoro. Senza investimenti pubblici comuni ricchezza e occupazione vanno altrove.
Pensiamo alla necessità di rilanciare alcuni dei pilastri della nostra visione condivisa di sviluppo: la coesione sociale e la lotta alle diseguaglianze, la cui crescita è la prima minaccia per la forza e la tenuta della democrazia. E invece il prossimo bilancio europeo va nella direzione opposta: indebolisce la coesione territoriale, taglia le risorse e riduce lo spazio delle politiche sui territori.
Il grande allargamento a 27 Stati membri ha reso l’Europa più stabile e più forte. Ma ora servono decisioni che garantiscano capacità decisionale e unità di intenti, altrimenti, il rischio è reale: tornare indietro, a un’Europa bloccata dai governi nazionali, a una logica puramente intergovernativa. Spazio fertile per le scorciatoie autoritarie, alimentate dalla retorica nazionalista.
Occorre muoversi. Noi proponiamo 4 prime azioni e indirizzi su cui impegnarci ora in Parlamento Europeo e nel Paese per rilanciare il progetto verso gli Stati Uniti d’Europa:
1) Un bilancio europeo più forte. Dalla fine degli anni 80 il budget europeo è fermo attorno all’1% del PIL. Le sfide di oggi sono più europee per natura, e per questo ci impongono coraggio: Rivedere e aumentare il bilancio pluriennale europeo per sostenere investimenti comunitari, anche ricorrendo a debito comune e a nuove risorse proprie da indirizzare verso l’innovazione, la transizione verde e garantire la coesione sociale. Affrontare il grande tema della riforma di armonizzazione fiscale tra i Paesi membri.
2) Una vera politica estera che rilanci una forte diplomazia europea come strumento di pace. Nel rispetto dell’articolo 42 del Trattato di Lisbona, avviare progetti e accordi di cooperazione tra Stati membri per promuovere una vera difesa comune europea tra gli Stati.
3) Superare il potere di veto. Un “no” di un singolo paese può bloccare l’Unione: l’unanimità frena l’azione. Procedere a una coerente riforma dei Trattati, come richiesto dal Parlamento europeo per abolire l’unanimità nel sistema decisionale della Ue, rafforzare il Parlamento europeo e procedere al completamento del mercato unico in tutti i settori dove è possibile farlo per aumentare il peso e la competitività dell’Unione.
4) Più cooperazioni rafforzate. Avviare da subito progetti e politiche comuni con gli Stati Membri che vogliono farlo, senza aspettare l’accordo di tutti, rilanciando quindi la pratica istituzionale delle cooperazioni rafforzate.