Una Comunità che non riesce a costituire un interlocutore valido
Europa fuori gioco
La patria del “sogno” di milioni di persone, il Paese della democrazia e delle avanguardie democratiche, la Nazione che ha liberato l’Europa dal Nazi-Fascismo e l’ha difesa per decenni dal Comunismo sovietico, ha espresso il suo 47mo Presidente in una persona che sembra voler tradire tutti i valori che hanno fatto degli Stati Uniti il leader delle democrazie moderne. E’ ancora difficile esprimere giudizi sui fatti reali ma le intenzioni e le minacce depongono tutte nella direzione di un cambio epocale della politica americana. Se alcune affermazioni, come la conquista della Groenlandia (e cioè di una regione europea) e la trasformazione di Gaza nella Costa Azzurra del medio oriente, appaiono come ipotesi arroganti di una mente instabile, l’applicazione dei dazi rappresenta una minaccia concreta che potrebbe avere conseguenze devastanti anche per il nostro Paese. Se l’atteggiamento estorsivo di stampo mafioso, tenuto dall’Amministrazione USA, per sottrarre miniere di terre rare al Paese più povero dell’Europa, può passare come crudo esempio di real politik e l’atteggiamento arrogante del Presidente americano nell’approccio nei confronti della guerra in Ucraina, fino al ridicolo dell’attribuire al Presidente del paese invaso la responsabilità dell’attacco russo, può apparire insopportabile ma può diventare strategia diplomatica per una pace accettabile, la minacciata sospensione dell’art 5 del trattato dell’Alleanza Atlantica potrebbe lasciare l’Europa occidentale completamente sguarnita sul piano militare. Tanto per fare un po’ di chiarezza: ancora oggi, a decenni dal crollo del muro di Berlino, in Europa sono presenti oltre 100.000 militari americani: sono 118 le basi USAF, US Navy ed US Army presenti oggi sul territorio Europeo, decine sono le rampe di lancio presenti in Europa, migliaia i missili a medio e lungo raggio e circa 200 le testate nucleari tattiche. Una deterrenza che costa miliardi di dollari l’anno al contribuente americano e che costituisce ciò che resta dello schieramento che negli anni della guerra fredda ha contribuito a porre fine a quell’impero che Wladimir Putin ambisce oggi a ricostituire. L’altruismo e la generosità sembrano aver lasciato posto al più becero “America first”. Si può criticare come si critica per tutto ciò che ci viene tolto ma se oggi il “sogno americano” diventa un ignobile incubo per molti, sul piano della realpolitik non fa una piega. E l’Europa, che con l’aver risparmiato centinaia di miliardi per la difesa, ha potuto crescere e diventare opulenta, che fa? Dopo secoli di contese sanguinarie trova gli stimoli di un’unione dalle macerie di una guerra e dal rischio del comunismo sovietico e da vita ad un sogno confederativo. Un sogno colmo di idealità e di significato storico, un sogno che si amplia, però, in modo abnorme con l’adesione di nuovi stati fino al livello di ingestibilità che è sotto gli occhi di tutti. Se non ci fossero state le truppe alleate, i carri armati sovietici non si sarebbero fermati nella Germania orientale. Ma quell’Europa, che si preoccupa della dimensione delle telline, di regolamentare le quote del latte e della tipologia dei tappi delle bottiglie, non ha pensato o forse non ha voluto pensare a sostituire la barriera di difesa garantita dalle Forze USA con proprie unità militari. L’Europa ha solo incrementato la propria ingestibilità con l’accesso di nuovi membri la cui maturità democratica sta mostrando oggi i suoi tanti limiti, dopo che essi hanno goduto dei vantaggi economici comunitari. Dopo il sogno di Schengen, il carrozzone comunitario si è sempre più appesantito senza nessuna vera integrazione politico-sociale. Il fatto che Malta e L’Ungheria, che contano circa il 2% della popolazione europea ed ancora meno in termini di ricchezza possano bloccare una decisione comunitaria condanna l’Europa all’inefficienza. Negli anni, al sogno iniziale di una solidarietà ideale si è sostituita una contrapposizione di interessi economici e di egoismi nazionali vissuti sempre più da separati in casa. La stessa intoccabilità della Convenzione di Dublino, anche quando questa era diventata estremamente penalizzante per i paesi mediterranei, dimostra che la mancanza di solidarietà è la cifra ed il limite di questa Comunità di stati indipendenti. I fatti oggi ci dicono che non esiste sviluppo economico, ne tanto meno benessere, se non c’è un’adeguata deterrenza militare a proteggerli. I pacifisti che manifestano contro le spese militari andrebbero mandati a fare un corso nel Donbass per comprendere che la sete di conquista e le mire imperialiste, che si pensava fossero morte col ventesimo secolo, sono più vive che mai. Kissinger ripeteva che il problema dell’Europa era nel fatto che, se un interlocutore volesse parlare con chi la rappresenta, non saprebbe chi chiamare. Ora è piu vero di ieri per cui non ci si meravigli se l’Europa sia stata esclusa dalla prima fase dei colloqui per mettere fine alla guerra in Ucraina e perché avrebbe dovuto essere invitata se in tre anni non è stata capace di pesare abbastanza per imporre una trattativa, per una guerra che avviene nel suo ambito geografico? Che senso ha la partecipazione di chi, di fatto, non rappresenta il potere esecutivo in una trattativa in cui si pongono le basi per trovare un accordo? Trump ha posto l’interesse della propria Nazione al primo posto; se l’Europa non sarà capace di fare lo stesso, se non sarà capace di crescere e di difendersi da sola, non ci saranno speranze per il suo futuro. L’auspicio è che il pericolo di una perdita della propria autonomia e del proprio benessere economico possano indurre i più significativi dei suoi Capi di Stato ad una coalizione di emergenza per prendere decisioni strategiche; non sarà mai la struttura di governo comunitario con la propria burocrazia, con i mille lacci e lacciuoli, capace di farlo.
Sergio Franchi
La professoressa Chiara Certomà lancia un bando europeo per Anzio
L’arte di salvare il mare
Anzio è certamente una cittadina di cui tanti conoscono il nome, molti vi hanno vissuto momenti di vacanza ed i più fortunati hanno avuto o hanno il piacere di viverci; è bandiera blu anche se personalmente non do molto peso a questo titolo da quando sono venuto a conoscenza di come esso viene assegnato e, nonostante le pur gravi vicissitudini giudiziarie che hanno riguardato alcuni suoi cittadini che ad Anzio sono arrivati da altre località, resta un luogo in cui val la pena vivere. Perché ad Anzio c’è il mare.
Questo è l’elemento che ne caratterizza ogni aspetto dai tempi in cui il cittadino Claudio Cesare Augusto Germanico, per gli amici e per la storia Nerone, vi nacque e vi costruì la sua bellissima dimora.
Il mare è anche un elemento vitale per Chiara Certomà, dal 2024 Assistant Professor nel Dipartimento di Geografia Politica ed Economica e ricercatrice dell’Università di Roma, che da qualche anno si occupa e coordina attività e progetti nell’ambito oceanico che hanno come ambiente il mare di Anzio. Progetti di successo che hanno spesso coinvolto operatori del mare ma anche associazioni ambientaliste. Ed ora lancia, nella nostra zona, il primo bando di PartArt4OW (Participatory Art for society engagement with Ocean and Water), progetto europeo finanziato da Horizon Europe e dedicato ad iniziative di arte partecipativa che uniscano arte, scienza e pratiche di partecipazione attiva in modo innovativo.
Il bando, conscadenza per partecipare fissata al 3 aprile 2025, vuole favorire la collaborazione tra i settori culturale, creativo, scientifico e le organizzazioni della società civile, per generare progetti capaci di sensibilizzare e coinvolgere le comunità locali nella protezione e nel recupero degli ecosistemi marini e d’acqua dolce. PartArt4OW mira a rafforzare l’attaccamento emotivo tra la società e gli oceani e le acque; aumentare la consapevolezza delle sfide che questi devono affrontare; sviluppare una forte rete transdisciplinare e transeuropea di comunità artistiche e creative per proteggere e ripristinare gli oceani e le acque interne; sostenere i politici nel lavorare verso politiche sostenibili sugli oceani e sull’acqua. A tal fine, PartArt4OW si concentra sull’arte partecipativa e sui processi creativi nella convinzione che la partecipazione possa portare a un coinvolgimento più profondo delle persone con il problema della salute dell’oceano e dell’acqua attraverso le stesse arti dello spettacolo.
L’iniziativa si concentra sul coinvolgimento delle comunità che vivono in prossimità di oceani, fiumi e bacini idrici, affrontando le problematiche ambientali e sociali di queste aree. È fondamentale che i progettiche verranno proposti siano sostenibili, che utilizzino materiali ecologici, soluzioni circolari e energie rinnovabili, con l’intento finale di raggiungere la decarbonizzazione o la neutralità carbonica delle attività proposte. Il budget complessivo ammonta a € 300.000. Il bando prevede finanziamenti per progetti della durata di 6 mesi, con un contributo massimo di € 50.000 per ciascun progetto. Possono partecipare singoli individui, enti legali e consorzi stabiliti o residenti in uno Stato membro dell’UE o in Paesi terzi in Europa che sono associati o stanno negoziando un accordo di associazione con Horizon Europe.
La Prof. Certomà è la coordinatrice e responsabile scientifica del progetto ed è attualmente coinvolta nella divulgazione del bando di questa splendida iniziativa che, sono certo, sarà un successo come lo sono state le precedenti. Nel cercare in rete elementi conoscitivi per approfondire la conoscenza di Chiara Certomà mi ha colpito una frase che ho trovato nella sua pagina di Facebook “Tenetevi il mondo e lasciatemi il mare”, io mi fido, sono sicuro che è in buone mani.
Sergio Franchi
Il futuro dell’Ospedale Riuniti
Il futuro dell’Ospedale ‘Riuniti’ di Anzio e Nettuno sembra sempre più incerto, con i cittadini e le istituzioni regionali che si trovano a fare i conti con una realtà preoccupante: la struttura ospedaliera, che serve un vasto territorio della provincia di Roma, è oggi a rischio di chiusura. Nonostante le promesse fatte ormai anni fa e le dichiarazioni ottimistiche delle autorità, la situazione rimane estremamente critica.
Era il 17 ottobre 2019 quando, attraverso un incontro ufficiale tra il Direttore Generale della ASL Roma 6, Narciso Mostarda, l’Assessore alla Sanità della Regione Lazio, Alessio D’Amato, e i sindaci di Anzio e Nettuno, si cercò di rassicurare la comunità riguardo al futuro dell’ospedale. Durante quella riunione, si parlò di un progetto di ampio respiro per migliorare le dotazioni tecnologiche, l’organico e l’infrastruttura della struttura. In particolare, si annunciò un intervento da 5 milioni di euro destinato a rinnovare le facciate e la scala di emergenza, insieme a un finanziamento di oltre un milione di euro per modernizzare e ampliare il Pronto Soccorso. L’obiettivo dichiarato era quello di rendere l’ospedale sempre più funzionale, efficiente e in grado di rispondere alle esigenze della popolazione locale, che da anni vede l’ospedale come un punto di riferimento fondamentale.
Nonostante queste dichiarazioni, che avevano suscitato un certo ottimismo tra i cittadini, a più di cinque anni di distanza la situazione appare ben diversa. L’ospedale, che già prima versava in condizioni difficili, continua a lottare contro carenze strutturali e di personale. La promessa di nuove tecnologie non è stata completamente realizzata e il progetto di rinnovamento infrastrutturale sembra essersi arenato. Anzi, oggi molti temono che l’ospedale possa essere chiuso a causa di una serie di problematiche economiche e gestionali mai veramente risolte.
A complicare ulteriormente il quadro, si aggiunge il fatto che le istituzioni regionali non sembrano aver mantenuto la stessa determinazione di qualche anno fa. Nonostante la disponibilità a collaborare e il coinvolgimento nelle discussioni con la Regione, il rischio di una chiusura rimane concreto. I sindaci di Anzio e Nettuno, pur esprimendo la loro preoccupazione, non sembrano essere riusciti a far fronte comune con la Regione Lazio per trovare una soluzione definitiva.
Da parte sua, la ASL Roma 6 non ha fornito aggiornamenti chiari o dettagliati sui progressi reali delle iniziative avviate durante l’incontro del 2019. I cittadini, che quotidianamente affrontano difficoltà per accedere ai servizi sanitari, si chiedono se l’ospedale, con le sue strutture ormai vetuste, sarà in grado di resistere nel tempo o se, come temono molti, si troverà costretto a chiudere a causa di un continuo taglio delle risorse.
Il tema della sanità, e in particolare della sua organizzazione nelle aree periferiche, continua a essere al centro del dibattito politico e sociale. Per i cittadini di Anzio e Nettuno, che da anni lottano per salvaguardare un servizio essenziale come quello sanitario, la situazione è diventata insostenibile. Molti chiedono un impegno concreto da parte delle autorità regionali per garantire la sopravvivenza dell’ospedale e, soprattutto, per migliorare le condizioni di vita di una popolazione che rischia di essere lasciata indietro in termini di assistenza sanitaria.
In attesa di risposte concrete, l’ospedale Riuniti di Anzio e Nettuno continua a essere un simbolo di speranza per tanti, ma anche un segno di incertezza e frustrazione per la comunità che lo ha sempre considerato un punto di riferimento imprescindibile. La parola d’ordine ora è: salvare l’ospedale, per tutelare la salute e il benessere di migliaia di persone.
Associazione “Il Territorio” Nettuno