SIMPOSIO
Giuliana Bellorini
Coordinatrice corrispondente
del salotto sede del Simposio
L’album di famiglia
Così lo chiamiamo, il piccolo quaderno che accoglie ogni anno pensieri, poesie o brevi racconti della famiglia del Simposio. Un dialogo a distanza, che scopre di noi quel tratto che ci completa agli occhi dell’amico attraverso un verso uscito in libertà o una storia fantastica che mai avresti pensato potesse essere ideata da una persona riservata. Una confessione, un ricordo, un’esperienza degna di nota che allarga la visione della “nostra” storia, perché: “La storia siamo (anche) noi” come avevamo intitolato la serie di incontri che ci vedeva protagonisti in prima persona.
Quest’anno il quaderno lo vogliamo dedicare a quegli amici che, pur non presenti, sono rimasti nel nostro cuore insieme a quelli con i quali continuiamo a collaborare verso un’idea comune. Marilù, la solerte “Tamburina del Simposio” ci ha suggerito questo titolo: “Il percorso della vita tra presente e passato. Racconti di chi c’era e di chi c’è”.
La copertina è già pronta: siete tutti invitati a scrivere la vostra pagina.
Giuliana
LUNA ED OLTRE
3 incontri con Domenico D’Amato
16 marzo - CONQUISTA DELLA LUNA
30 marzo - RITORNO ALLA LUNA
6 aprile - OLTRE LA LUNA
Domenica 16 marzo 2025 - ore 16.00
LA CONQUISTA
DELLA LUNA
I motivi che hanno spinto gli Stati Uniti alla grande impresa, gli sviluppi tecnologici necessari e finalmente il primo uomo a mettere piede su altro corpo celeste.
Ma è stato tutto così facile e perfetto?
Vediamo di ricostruire la più grande avventura intrapresa dagli uomini ed i motivi che mostrano che è stato tutto vero e non una montatura.
LA GUERRA È FINITA?
“Vita”
di Rita Salimbeni
Poesia dedicata ai poveri morti arrivati in bara nera, restituiti alle famiglie, dopo tante sofferenze, mostrati come fossero oggetti di vittoria da porgere al mondo che, senza fiato ha guardato sgomento.
Hai aperto gli occhi
al mondo felice di vivere.
Hai mosso i tuoi
Primi passi nella
Gioia dei tuoi genitori.
Hai letto libri
Hai scritto pagine
Hai mangiato pane
Hai dormito sperando
In un futuro migliore.
Hai ascoltato rumori
sconosciuti
bombe cadere.
Fucilate, urli di dolore.
Ti sei ritrovato
nell'oscurità.
Hai avuto paura, il terrore
dell'incerto, paura di
morire.
Hai sperato
Ti sei disperato
Hai pregato
Hai sperato di nuovo.
La vita ti ha lasciato.
Sei tornato ma non come speravi.
Non ti abbraccerà
Nessuno.
Il freddo scenderà
nella tua casa.
Chi ha pregato e
sperava ora ti piange.
Ora
riposa in pace.
Ardea, 20 febbraio 2025
OSSERVATORIO LINGUISTICO
Rubrica aperta ai contributi
di tutti gli interessati
Parole al vento
di Giancarlo Marchesini
Serietà, per una volta. Cari lettori, gli ultimi articoli che ho pubblicato – bontà di Giuliana e della redazione de Il Litorale – sono stati di tono faceto e scherzoso. Per una volta, però, mi sento in dovere, sempre dal punto di vista della difesa della nostra lingua e della nostra cultura, di prendere posizione contro argomentazioni che investono la politica, il costume e il nostro comportamento civico.
Uno dei temi più divisivi della nostra scena politica, propagandato da persone con le carte in regola per esprimersi pubblicamente e dai saltimbanchi dei blog, è quello del linguaggio inclusivo, nel caso specifico nei confronti dei disabili.
Inclusivo a tutti i costi. Questa tematica è più atta a raccogliere un consenso bipartisan ed è forse proprio per questo che il governo la tiene in palma di mano. Una recente nota dell’Ufficio di gabinetto del Ministero per le disabilità sollecita ad aggiornare e uniformare la terminologia ufficiale delle amministrazioni pubbliche.
1) Il termine “handicap” va sostituito con condizioni di disabilità.
2) “Persona handicappata”, “portatore di handicap”, “persona affetta da disabilità”, “disabile” e “diversamente abile” vengono unificati in persona con disabilità.
Vantaggi? Cosa cambia alla condizione fisica delle persone con disabilità questo mutamento epocale (il mio aggettivo è sardonico, beninteso). Assolutamente nulla. Il loro handicap (pardon la disabilità) non viene alleviato dall’uso di espressioni che si vogliono più inclusive. E la carità pelosa che si cela dietro queste decisioni non servirà a facilitare i loro rapporti con la pubblica amministrazione e soprattutto non le proteggerà dagli sguardi di commiserazione (intrisi da un inconsapevole “io però sono normale”) che vengono loro rivolti quando si avventurano per le strade.
Fuori dal nostro (angusto) cortile. Fra tutte le lingue europee l’italiano è l’unica che si sente in dovere di espungere dal lessico la parola handicappato. È come se il suo uso facesse nascere complessi di colpa, conflitti identitari e reminiscenze di periodi bui della nostra storia. Con un ghiribizzo da giocoliere, abbiamo fatto uscire dal fantomatico cilindro un coniglio che promulgava “portatore di handicap”, come se il fatto di portare un handicap aiutasse a sopportarlo. Ora anche questo termine viene abolito.
Nel 2005 (19 anni fa!) veniva promulgata in Francia una legge che sanciva che ogni persona handicappata (sic) ha diritto alla solidarietà di tutta la collettività nazionale (…). La legge si articola su cinque assi portanti: istruzione, lavoro, accessibilità, sanità, vita sociale. Come cittadini, ci aspettiamo che il nostro Ministero per le disabilità garantisca (come dice il suo nome) una vera uguaglianza di diritti ed opportunità dando luogo a una partecipazione concreta alla vita pubblica e lavorativa nonché a una migliore accoglienza nelle scuole, nei centri sociali e nel tempo libero. Sembra, invece, che il Ministero ritenga che le definizioni siano un passo propedeutico e fondante nella salvaguardia dei diritti dei disabili. Sì, ma poi? Dopo queste roboanti definizioni ci saranno risultati positivi?
Lingua e società. Cambiando la lingua, non si cambia la società. Però, come già ho fatto notare in altri articoli, abbiamo cresciuto ormai due generazioni (50 anni) che sanno che la parola negro va evitata in un discorso civile e nel contesto del cosiddetto “politicamente corretto”.
Oltre a esportare diamanti e platino il Sudafrica ha esportato il termine “persona di colore” per indicare tutti coloro che non sono bianchi. Negli Stati Uniti ci si è posti il problema di come abbandonare questa definizione paternalistica. E qualcuno ha avuto l’idea di chiedere ai niggers come loro volevano essere chiamati. La risposta è stata black da cui tutte le derivazioni linguistiche: nero, noir, Schwarze, ecc.
Un approccio autoritario, Chi dei nostri politici o sedicenti linguisti è andato mai a chiedere agli handicappati / disabili / invalidi / minorati / menomati (o semplicemente infelici come si diceva una volta) come vorrebbero essere chiamati? La politica italiana ha scelto un approccio Top Down (dall’alto verso il basso). Parole concrete o parole al vento?