Il dramma di Crans Montana non si può esaurire con le condanne
Nous sommes en Suisse
Tempo fa, era nel mese di luglio, transitavo lungo la Route de Suisse, quella bellissima trafficatissima litoranea che corre lungo la sponda nord del lago di Ginevra. Una dorsale panoramica che collega Ginevra a Losanna e che prosegue verso est nella direzione di Briga. Seguivo l’auto di mia figlia e, essendo stato attardato da un semaforo, avevo accelerato poco oltre il limite dei 50, per ricongiungermi. Passati una decina di chilometri venivo fermato dalla Police Routiere che mi contestava la contravvenzione al Codice Stradale per eccesso di velocità, mi mostrava una foto della mia auto, presa alcuni chilometri prima, mi infliggeva una multa di 186 Franchi e mi comunicava che, in caso di recidiva, sarei stato invitato ad andarlo a spiegare al Giudice Cantonale.
La foto della mia auto era corredata dalla scritta KM 53,350: avevo percorso uno o due chilometri eccedendo il limite di 3,350 km. Mi guardai bene dal contestare ma mi risentii visibilmente quando uno dei due gendarmi, uno con dei baffi molto lunghi, sorridendo, mi sussurrò “Monsieur, nous ne sommespas en Italie, ici nous somme en Suisse”. Ho ricordato questo piccolo avvenimento nel ripensare al dramma infinito di Crans Montana, Svizzera, a qualche decina di chilometri da dove il solerte gendarme mi inflisse la lezione di svizzerità. Svizzera, Svizzera ricca, stazione sciistica per benestanti, dove dieci anni fa, pregiudicati per truffa, prostituzione e sequestro di persona, ottengono una licenza per gestire un locale pubblico (lounge bar) frequentato da ragazzi, ne restaurano la parte sottostante, che era precedentemente un bunker antiatomico come ce ne sono tanti in Svizzera, con mezzi e materiali inadatti e pericolosi scelti ed impiegati dallo stesso gestore. Lo utilizzano per anni anche come night club e cioè senza licenza specifica per tale attività. Lo utilizzano senza la presenza di personale addetto alla sicurezza. Lo utilizzano senza che nel locale interrato esistano uscite di emergenza, lo utilizzano senza che siano predisposti estintori antincendio.
Insomma un impianto che sarebbe probabilmente stato chiuso, dopo un’ispezione, se fosse stato gestito in quelle condizioni, in una periferia di una città africana. Qui eravamo in Svizzera dove si rischia l’arresto per aver percorso un chilometro eccedendo dell’7% il limite di velocità. Davanti alla lunghissima fila di bare e con una dei due proprietari ancora in libertà, la tristezza più profonda non può manifestarsi come l’unico sentimento anche se resta il prevalente, ma un risentimento che rasenta l’odio agita ogni coscienza civile. Dove erano le autorità Elvetiche mentre si costruivano, una dopo l’altra, le condizioni della più grossa disgrazia civile della Svizzera moderna? Che se ne fanno i genitori, che hanno dovuto attendere giorni per sapere quale fosse il corpo del proprio figlio, del rammarico del Sindaco? Che faceva la Gendarmeria per controllare il divieto di servire alcoolici ai minori, quando centinaia di ragazzini acquistavano una bottiglia di Champagne, che poi era la modalità per accedere al locale in cui l’alcol veniva servito a tutti? Il Sindaco, che aveva l’obbligo legale di far ispezionare il locale con cadenza annua e che se lo avesse fatto ne avrebbe dovuto decretare la chiusura, offre la sua costernazione e non è nemmeno capace di offrire le sue dimissioni davanti alle colpe che egli stesso dichiara di avere. Insomma un dramma prevedibile ed anche annunciato a sentire alcuni ex-dipendenti del locale che avevano lamentato l’uso delle fontanelle pirotecniche nelle vicinanze del rivestimento fonoassorbente, buono per assorbire i rumori per non disturbare i condomini del palazzo, ma tutt’altro che ignifugo come prevede anche la norma svizzera. Perché non sono stati fatti i controlli obbligatori? Perché non fu collaudato il locale prima di concedere la licenza iniziale e dopo il restauro che ha ulteriormente ridotto il collo della bottiglia che ha impedito a decine di ragazzi svizzeri, francesi, italiani di uscire dall’inferno? Vi sarà un processo, vi saranno delle condanne, usciranno i nomi di colpevoli e forse dei corrotti; nessuno darà pace a quelle mamme che hanno dovuto attendere giorni perché i figli fossero riconosciuti e la Svizzera avrà perso la sua verginità, forse perché non l’ha mai avuta. Se mi capiterà di incontrare di nuovo il gendarme dai lunghi baffi, quello che mi disse “Signore qui non siamo in Italia, siamo in Svizzera” potrò rispondergli “E’ vero certe cose in Italia non succedono”.
Sergio Franchi
La fine di un “sogno” che ha rappresentato per decenni garanzia di stabilità
Incubo americano
Dal 1820, mentre in Italia inizia il Risorgimento, in America del nord ha inizio una grande ondata migratoria che dura tutt’oggi. Quell’ondata di umanità che ha reso grande una terra ricca e selvaggia. Da allora gli Stati Uniti sono diventati l’“America”, non un ambito geografico ma, nell’immaginario collettivo universale, un luogo di fiaba in cui tutto è bello, tutto è facile, tutto è buono. Il vecchio Continente, per secoli teatro di lotte interne e di veleni, si trova a confrontarsi con un mondo nuovo, dove tutto è grande, dove le cose avvengono con successo. Le storie di quel Paese hanno offuscato la realtà del vecchio mondo e gli eroi dell’est e del west diventano gli eroi di tutti. Così i “nostri”, nei film western, erano i nostri anche quando massacravano poveri indigeni che in quel Paese si trovavano secoli prima che i nostri vi arrivassero.
L’intervento degli USA nella prima ma, in modo ancor più determinante, nella seconda guerra mondiale ha stigmatizzato l’immagine del grande popolo americano come il grande popolo fratello e gli USA hanno incarnato sempre più l’“american dream” anche se le interferenze nella vita politica dei paesi protetti sono state qualche volta imbarazzanti. Per decenni la potenza militare americana ha protetto, a proprie spese, l’Europa occidentale divenuta facile preda del mostro sovietico. Le operazioni “overseas” sono state sempre una caratteristica dei governi degli Stati Uniti che non si sono mai fatti scrupoli di mettere le mani sul suolo altrui quando ciò conveniva al popolo americano…fino al ridicolo della bottiglietta di borotalco venduta come arma di distruzione di massa dal GenPowell nel 2003 al Consiglio di Sicurezza: una bottiglietta per invadere l’Iraq. Insomma gli Stati Uniti hanno costituito per decenni il motore di sviluppo del mondo avanzato e un esempio di democrazia più o meno liberale ma sempre indiscusso “governo del popolo”, sono stati la struttura portante delle grandi organizzazioni mondiali costruite per mantenere la Pace come le Nazioni Unite. Oggi si condanna l’interventismo americano. Ha fatto un po’ comodo a tutti liberarsi di Saddam Husseim e poi di Gheddafi in modo del tutto cruento per cui è oggi ipocrita lagnarsi per l’”arresto” di un dittatore sanguinario come Maduro.
Quello che cambia tra i vari “interventi” USA è la motivazione politica. Nemmeno la scusa degli attacchi terroristici, nemmeno una bottiglietta di borotalco, ma petrolio, solo petrolio sfacciatamente petrolio, quello pesante, quello Venezuelano. Trump ha trasformato l’America in una grande bottega in cui “business first” e tutto il resto è inutile zavorra. Sono zavorra le associazioni regolatrici mondiali, è zavorra l’OMS, è zavorra la Corte Internazionale, è zavorra l’ONU che pure ha contribuito alla pace mondiale per decenni. La politica, i trattati, le intese, le alleanze, tutto diventa mercato, i grandi ideali che hanno trasformato una nazione in un sogno per tutti, sono diventati inutili fardelli se non producono guadagno. Per fare questo, senza rischi internazionali, ci vogliono le mani libere e la minimalizzazione dei rischi per cui sono certo che in Alaska più che parlare del cessate il fuoco in Ucraina Putin e Trump hanno concordato le aree di influenza e chi si sarebbe potuto appropriare di che cosa.
L’Ucraina, nella politica trumpiana, è stata sacrificata come merce di scambio, come problema che un’Europa inconcludente avrebbe dovuto risolvere. Osservatori di tutto il mondo occidentale guardano attoniti le dichiarazioni alla Vanna Marchi che il Presidente degli Stati Uniti rilascia a bordo dell’AirForceOne o dalla sua scrivania nella stanza dove mostra la sua enorme firma apposta sull’ultimo “ordine esecutivo”. Trump ha trasformato il sogno americano in un incubo per tutto il mondo democratico occidentale, ha fatto del suo Paese un attore destabilizzante di quell’equilibrio che ha mantenuto la pace fra i grandi blocchi. Ai milioni di cittadini dell’occidente che plaudivano all’arrivo dei “nostri”, che hanno adorato la musica di Bob Dylan, che sono stati permeati per decenni dal “made in USA”, dai suoi film, dai suoi attori, dalla sua musica arrivando a trovar del buono anche nella Coca Cola, resta l’amaro in bocca nel vedere un popolo democratico governato in modo tirannico. Resta difficile anche per i governi amici e di area conservatrice star dietro e cercare di dare una ragione accettabile alle decisioni del Presidente Trump.
Quando finirà? Al termine del mandato? Non si sa. Sono certo però che la struttura democratica del Paese, la sua Costituzione fatta apposta per evitare le tirannie, la coscienza dei suoi Magistrati, e la storia del popolo americano sapranno ritrovare valori fondanti le energie per liberarsi di Donald Trump. E l’Europa, restata orfana del sogno americano, deve trovare la propria via nella storia senza padri e padroni.
Sergio Franchi