Il 22 gennaio 1944, gli anglo-americani arrivarono via mare, col freno a mano tirato
Anzio, lo sbarco che non liberò Roma
Lo sbarco del 22 gennaio 1944 avvenne su tutto il nostro litorale, da Lido dei Pini a Torre Astura, ma non deve limitarsi al solo 22 gennaio, perché gli sbarchi continuarono fino a metà maggio del ‘44. All’inizio, andò tutto liscio, senza opposizione. Il peggio avvenne sotto Cassino, la notte del 20 e per tutto il 21 gennaio, quando gli americani della 36a divisione di fanteria, tutti ragazzi del Texas, provarono a sfondare la linea difensiva tedesca, denominata Linea Gustav. Lo sbarco ad Anzio e Nettuno avrebbe dovuto facilitare quell’attacco, attirando i tedeschi dalle nostre parti. Ciò non avvenne e l’attacco sulla linea Gustav fallì.
Roma era indifesa e sarebbe stato facile arrivarci, ma il discorso è molto più complesso, esaminiamolo. Il corpo di sbarco, che dipendeva dalla 5a armata del generale Mark W. Clark, era costituito da due divisioni di fanteria: una inglese e una americana e da unità minori. Lo comandava il generale americano John P. Lucas. Il maggiore impatto per lo sbarco avvenne in tre punti della costa: gli inglesi della 1a divisione, scesero sulla spiaggia da Tor Caldara a Lido dei Pini, senza alcuna difficoltà, tanto che il corrispondente di guerra della “Bbc” Wynford V. Thomas, incise il primo disco con le seguenti parole: “L’alba è serena e fredda, e non c’è un solo nemico in vista”. Quella notte gli inglesi persero sedici uomini, tutti saltati in aria sulle mine al bosco di Padiglione. La spiaggia però fu abbandonata il 23 gennaio, per i banchi di sabbia e il mare mosso.
Gli americani della 3ª divisione, sbarcarono da S. Rocco a Casa La Banca, anche qui senza resistenza. Il giornalista Will Lang del “Time”, concluse così il suo primo articolo: “Dei pochi tedeschi in vista, quattro erano ubriachi e sono stati catturati nell’auto di servizio, altri quattro erano addormentati. I pochi feriti sono incappati nelle mine”. I morti, invece, furono tredici: otto per le mine, quattro affogati e uno ucciso da un cecchino tedesco. La mattina del 22 gennaio morirono diciassette marinai la cui nave fu colpita da aerei tedeschi. Il terzo punto di sbarco fu davanti il Paradiso sul Mare. Qui sbarcarono i rangers americani, titubanti perché la nave lanciarazzi arrivò in ritardo e fu bloccata. Ci fu qualche scaramuccia al centro di Anzio però quei pochi tedeschi furono subito messi a tacere.
Il discorso qui si fa interessante perché con i rangers sbarcò anche Robert Capa, pseudonimo di Endre Friedman, il fotografo ungherese naturalizzato americano. Robert Capa diede spunto qualche tempo fa ad un dibattito durante la trasmissione “Passato e presente”, condotta dal giornalista Paolo Mieli, sul perché gli alleati non sono andati subito a Roma.
Una delle sue collaboratrici citò il libro “Leggermente fuori fuoco” in cui Robert Capa descrive la sua permanenza sulla testa di sbarco: “Tutti i tedeschi furono uccisi o fatti prigionieri e alla dispensa del Casinò (Il Paradiso sul Mare), trovarono salame italiano, formaggio svizzero, sardine norvegesi, burro danese e birra di Monaco di Baviera. Le prime ventiquattro ore ad Anzio furono promettenti. Roma era a soli 45 chilometri di distanza e tutti pensavano di arrivarci in meno di due settimane”.
A quel punto Mieli chiese allo storico in studio: “Se Capa dice che in due settimane potevano arrivare a Roma, perché questa cosa non si verificò?”. Lo storico parlò dei contrasti tra i comandi americani e inglesi, verissimo, ma non centrò la questione. Comunque, frase di Capa non finisce lì, continua così: “Ma quelle ventiquattro ore furono le sole ore tranquille che trascorsero in quella dannata spiaggia”. Infatti, in pochissimo tempo, i tedeschi circondarono la testa di sbarco.
Dal rapporto del comandante della Marina britannica Errol Turner, emergono le difficoltà riscontrate nelle prime ore dell’operazione Shingle (nome in codice per lo sbarco). Al punto 7. “Preso il porto di Anzio”, nel rapporto si legge: “Alle 6:45 tutti i rangers furono fatti sbarcare, mentre ero in attesa del rapporto da parte del colonnello Darby che la città era libera. Il rapporto arrivò alle ore 8:15, subito dopo lasciai la nave per raggiungere Darby che incontrai alle 9:10, al suo quartier generale (il Paradiso sul Mare).
8. “Utilizzo del porto”. Un rapido sopralluogo del porto ci portò a pensare ad un immediato utilizzo, previa pulizia del canale di accesso. Ciò fu sollecitato più tardi in vista dell’urgente bisogno del colonello Darby di cannoni anti-carro e mezzi blindati per trasporto truppe che ancora erano imbarcate. Le navi poterono entrare al porto alle ore 17:00 e da quel momento il nostro compito era quello di assicurare il maggior numero di ormeggi”. Perciò una rapida avanzata verso Roma non era possibile fin tanto che non scesero a terra i cannoni anti-carro, i mezzi blindati, i pochi carri armati disponibili all’inizio (la divisione corazzata completò gli sbarchi il 29 gennaio).
Decine di navi cariche di uomini e di mezzi vagavano al largo in attesa di entrare al porto, ma il piccolo porto poteva ormeggiare quattro navi e imbarcazioni minori. Ci furono errori di valutazione, un rischio che l’ideatore Winston Churchill sapeva di correre. Gli stessi rischi però che il generale Dwight Eisenhower non volle incontrare fin tanto che comandò nel Mediterraneo. Eisenhower affermò sempre che uno sbarco sarebbe stato accettabile quando la 5ª armata avesse preso Frosinone, più vicina ad Anzio. Era chiaro comunque dall’inizio ciò che scrisse sul “Time”, all’inizio di febbraio, lo stesso corrispondente Will Lang: “Una volta catturata Cassino, cederà anche la Linea Gustav. Questo doveva avvenire la prima settimana ma, anche se circondata Cassino resistette. Risultato: quando i soldati della testa di sbarco si spinsero in avanti, non avanzavano verso retrovie disorganizzate e strade intasate dalla ritirata. Sbattevano la testa contro una bene organizzata linea di resistenza condotta freddamente e senza restrizioni”.
Silvano Casaldi