La riflessione di Lina Giannino sulla crisi della sanità
Degrado a Villa Albani
Il 4 marzo, Lina Giannino, cittadina di Anzio, ha condiviso una riflessione allarmante sul proprio profilo Facebook riguardo alla situazione della sanità locale, descrivendo un quadro preoccupante.
Secondo la Giannino, “La Sanità, fiore all’occhiello del nostro paese, sta in una fase di pre-coma e attende che le venga staccato il respiratore”.
Lina ha evidenziato le deplorevoli condizioni di Villa Albani, un edificio che mostra segni evidenti di degrado. Nelle foto pubblicate, si possono notare sale e corridoi del CUP in cattive condizioni, con pavimenti sconnessi che rappresentano un rischio per le persone anziane. Un odore sgradevole di fogna permea l’aria in uno degli ambienti, mentre le crepe sui muri e la vernice scrostata raccontano di un passato migliore.
La Giannino ha anche messo in luce le difficoltà degli operatori, costretti a lavorare in spazi angusti e disordinati, descrivendo gli uffici come “più piccoli di una gabbia per avicoli in un allevamento intensivo”.
Inoltre, ha denunciato la situazione del bagno del personale, condiviso con persone senza fissa dimora, che non è possibile chiudere dall’interno, creando un ambiente di lavoro inaccettabile.
“In questo stato, cosa fa il direttore sanitario della struttura?” si è chiesta Lina, esprimendo indignazione per la mancanza di interventi correttivi. Ha sottolineato come, nel frattempo, le notizie locali siano dominate da immagini rassicuranti e sorrisi compiacenti, mentre gli utenti del servizio sanitario lottano per ottenere cure necessarie.
In conclusione, Lina Giannino ha invocato una maggiore attenzione sulla situazione, ponendo la domanda che molti si stanno facendo: “E noi? Zitti”.
Un appello a non rimanere in silenzio di fronte a una realtà che richiede urgentemente interventi e riforme.
Revocare Mussolini
Accogliamo con molto favore la proposta del gruppo consiliare del Partito Democratico di ridiscutere in Consiglio comunale la revoca della cittadinanza onoraria a Mussolini in occasione dell’80° Anniversario della Liberazione dal nazifascismo. Sosterremo convintamente questa iniziativa in Consiglio e fuori, in coerenza col fatto che nel 2018 presentammo un’analoga mozione a firma dell’allora consigliere Luca Brignone, che faceva propria la richiesta dell’Anpi Anzio-Nettuno.
Ci auguriamo che, così come chiesto nel 2018, oltre a revocare un’onorificenza fuori dalla storia al dittatore fascista,
Alternativa per Anzio
Uno spettacolo di alta televisione e bassa politica, la trappola a Zelensky
Bullismo allo studio ovale
Certo che in tempo di guerra un capo di stato che indossa, dal primo giorno del conflitto, l’uniforme da campo può non disporre di consulenti diplomatici così raffinati da consigliargli di non cadere nella trappola tesa da un uomo senza scrupoli che il popolo americano ha eletto come suo presidente; un capo supremo che somiglia tanto ad uno di quei dittatori sudamericani di una volta che facevano il buono e cattivo tempo con arroganza e nel nome del popolo.
Il povero Zelensky avrebbe dovuto evitare di andare a Canossa anche se si sentiva rassicurato perché portava in dono ad un Papa cattivo la metà delle sue miniere di materiali così preziosi. Avrebbe dovuto capire che Donald Trump non ha intenzione di fermare rapidamente una guerra terribile provocata dall’invasione russa, alle condizioni attuali che, ricordiamolo, decreterebbero di fatto il fallimento dell’invasione stessa, che avrebbe dovuto concludersi in una settimana e che vede l’esercito russo ancora fermo in quel Donbass che già controllava prima di iniziare l’“operazione speciale”. Questo dopo centinaia di migliaia di morti ed una guerra lunga tre anni. Avrebbe dovuto capire che, di fronte ad un Europa incapace di intendere e volere, il suo interlocutore americano avrebbe potuto umiliarlo di fronte al mondo per far contento il suo sodale russo, senza correre rischi. Lo scontro verbale andato in onda dal fatidico studio ovale, che il buon BillClinton ebbe ad usare in modo ben più decoroso con la stagista Monica Lewinsky, è stato il più ignobile spettacolo di Golia che ha schiaffeggiato David prima di metterlo alla porta.
Se l’obiettivo di Donald Trump erano le terre rare Zelensky avrebbe firmato la cessione per un po’ di benevolenza; ma evidentemente la trappola, ben congegnata, con la complicità del vice Vance, era quella di dare un colpo di grazia al “povero attore da strapazzo il cui mandato è scaduto”. “Lei non è nella posizione di parlare”, “Lei non ha le carte per giocare”, “Putin rispetta me”, “Io la posso far diventare duro”, “Lei deve dire grazie”. Una tristezza, uno spettacolo imbarazzante per tutto il popolo americano e per tutti quelli che, come il sottoscritto, hanno sempre nutrito un sentimento di riconoscenza per quei tanti giovani americani che sono sbarcati ad Anzio per cacciare i Nazisti dal nostro Paese. Lo stesso mercimonio proposto con cui gli Stati Uniti dovrebbero essere risarciti per gli aiuti militari forniti all’Ucraina, attraverso lo sfruttamento delle miniere di terre rare in cambio di protezione, rappresenta la cifra del livello in cui il Presidente americano conduce le sue trattative. Attenzione, in cambio di un po’ di assicurazione che gli accordi con lo Zar, decine di volte traditi dallo stesso, vengano rispettati.
Il povero Zelensky, in fondo, chiedeva qualche garanzia ma si trovava a trattare con una persona che non gli riconosceva nemmeno il diritto di porre condizioni. “Bullizzato” come uno scolaretto di buona famiglia dai figli di camorristi, in una scuola del Rione Sanità a Napoli. Qualcuno avrebbe dovuto dirglielo e magari avrebbe anche dovuto dirgli della sua debolezza e che l’unico atteggiamento energico sarebbe stato quello di prostrarsi ai piedi del Taycoon come faceva Fracchia di fronte al suo direttore megagalattico. Qualcuno avrebbe dovuto dirgli di usare un interprete e di non dibattere nella lingua che conosce poco. Ma il povero Zelensky ha preteso addirittura di argomentare, di mostrare foto, di esprimere il suo risentimento verso chi sta infliggendo terribili sofferenze al suo popolo, ha preteso di fare anche un po’ di ironia ed è stato, prima umiliato, di fronte alla stampa di tutto il mondo chiamata ad assistere allo spettacolo e poi letteralmente accompagnato alla porta.
La ragione dell’incontro era la firma di un trattato capestro con cui il presidente di un paese in guerra, che ha un reddito pro-capite di 5.069,70 dollari (2023), avrebbe dovuto cedere metà della sua potenziale ricchezza mineraria agli Stati Uniti, un paese che ha un reddito pro-capite di 82.769,41 dollari (2023).
Tutti gli osservatori, anche coloro che hanno auspicato il ritorno di Trump alla Casa Bianca, sono rimasti allibiti dal modo con cui il Presidente sta trattando l’Europa e da come ha bullizzato l’omino in uniforme da campo e per la pubblicizzazione che ha voluto dare all’evento, nell’intento di accentuare l’opera di corteggiamento di Putin.
L’arroganza dei potenti è sempre vincente e al povero Presidente Ucraino non resta che prostrarsi ai piedi di Donald Trump e della sua corte ed è quello che si accinge a fare.
Sono dell’opinione, però, che c’è un limite anche a quello che può fare un presidente di un paese in cui, anche se non appare oggi così evidente, la democrazia resta un baluardo di giustizia.
Trump ha vinto le elezioni con lo slogan “America first”, ma non credo che tutti coloro che hanno decretato la sua vittoria abbiano approvato ed approvino le sue mosse di politica senza scrupoli e senza morale e, spero che, in un paese democratico, il Popolo e se non il Popolo la Corte Suprema e se non la Corte Suprema, i Mercati abbiano sempre la capacità di far sentire la loro voce.
Sergio Franchi